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Domyn Editorial
Pubblicato il
30
October
2026
|
5 min
|

L’Europa non può permettersi di rinunciare all’AI di frontiera

In questo articolo
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In un’intervista al Financial Times, Uljan Sharka, fondatore e CEO di Domyn, è stato chiaro: l’Europa ha i mezzi per competere nell’AI di frontiera e non può rassegnarsi a un ruolo di dipendenza.

L’Europa è a un bivio. L’intelligenza artificiale rappresenta il salto tecnologico più profondo dai tempi dell’elettricità: è destinata a riscrivere le nostre economie, ridefinire le nostre capacità di difesa e trasformare il tessuto stesso della società. Eppure, proprio di fronte a questa svolta epocale, si sta facendo strada una narrazione pericolosa: l’idea che l’Europa debba rassegnarsi a un ruolo di secondo piano, dipendendo dagli hyperscaler americani o asiatici per la propria infrastruttura cognitiva, perché è “più semplice”, “più economico” o perché “non possiamo competere con le loro capacità”. Sono tutte premesse sbagliate.

Questa non è una strategia: è una resa. La partita si gioca sul lungo periodo, ed essere all’avanguardia nell’AI richiede il lavoro duro, e poco appariscente, di costruire modelli di frontiera, perché la vera comprensione nasce solo dal fare e dal mettersi alla prova. In questo campo il progresso è rigorosamente sequenziale: non possiamo pensare che, abbandonando oggi la ricerca di frontiera, domani saremo in grado di riprenderla. Sviluppare questi modelli ci dà le competenze per capirne i limiti, metterne in discussione l’architettura e decidere come debbano evolvere. Senza questo sapere, anche le nostre scelte finiscono per essere determinate dall’esterno. Affidare ad altri il motore del nostro futuro significa consegnare loro il nostro destino. O ne siamo padroni, o saremo noi a esserne dominati.

L’Europa ha un dovere profondo verso i propri cittadini e verso le generazioni future. Dobbiamo farci avanti, unire i 27 Stati membri e costruire l’infrastruttura sovrana di cui le nostre imprese e la nostra economia hanno bisogno. Sovranità non significa isolamento: significa essere liberi di scegliere i propri partner, di mettere in discussione le condizioni che ci vengono proposte e di costruire alternative quando i nostri interessi divergono. Se falliamo, rischiamo di scivolare in una nuova forma di feudalesimo digitale, in cui le regole della nostra società vengono dettate da modelli di AI addestrati nella Silicon Valley o a Shenzhen, espressione di valori che non sono i nostri. Quando è in gioco la nostra autonomia, non possiamo scegliere la strada più comoda.

Il paradosso è che disponiamo già delle risorse per riuscirci. La diversità linguistica dell’Europa e la sua profonda cultura industriale offrono basi preziose per l’addestramento dei modelli. Chi critica sostiene spesso che l’infrastruttura di calcolo europea sia inadeguata, ma la nostra esperienza dice il contrario: i supercomputer europei offrono già la capacità necessaria per addestrare modelli di frontiera. In Domyn stiamo sfruttando queste risorse, tra cui JUPITER, per sviluppare Europa, un modello completamente aperto. Domyn Edge, addestrato da zero sul supercomputer italiano Leonardo, è il modello completamente aperto più performante della sua categoria. Rilasciandone progressivamente pesi, dati di addestramento, checkpoint e codice, permettiamo ad altri di partire da questi progressi per andare oltre. Risultati come questi confermano che vale la pena investire nell’AI europea e che è necessario sfruttare appieno l’infrastruttura e le competenze di cui disponiamo già.

Non c’è dubbio che serva più potenza di calcolo, e questa sta arrivando rapidamente con l’avvio delle AI factory e delle gigafactory europee. Nel frattempo, dobbiamo attingere all’infrastruttura distribuita in tutta Europa per addestrare modelli, sperimentare nuovi approcci e far crescere le nostre capacità. E se già oggi possiamo fare tanto, immaginiamo che cosa potremmo ottenere con sistemi progettati e ottimizzati ad hoc. È esattamente per questo che stiamo accelerando la nostra crescita e investendo in modo significativo per costruire il supercomputer per l’AI più potente d’Europa. I modelli specializzati e verticali rispondono alle esigenze immediate delle imprese, mentre la ricerca di frontiera spinge sempre più in là i limiti di ciò che questi modelli potranno fare domani. All’Europa servono entrambi. Sviluppare applicazioni lasciando ad altri l’intelligenza su cui si basano significa rendere la nostra economia dipendente da tecnologie che non controlliamo. Il progresso della ricerca deve tradursi in software migliore, capace di correggere le fragilità degli attuali sistemi e di accelerare l’innovazione in ogni settore.

Costruire la tecnologia, però, è solo una parte della sfida: le imprese europee devono anche essere disposte ad acquistarla. Troppo spesso affidarsi a un fornitore affermato della Silicon Valley viene considerato la scelta più sicura. Per permettere alle aziende europee di AI di crescere servono clienti, non solo finanziamenti pubblici.

Investire nella ricerca di frontiera è ancora più cruciale oggi, mentre l’attuale paradigma del calcolo digitale basato sul silicio si avvicina ai propri limiti fisici. Il prossimo salto di qualità nelle capacità dell’AI potrebbe non arrivare soltanto da GPU sempre un po’ più potenti, ma anche dal passaggio ad approcci di calcolo analogico come la fotonica, che utilizza la luce per elaborare i dati. Una transizione che promette guadagni significativi in termini di velocità ed efficienza energetica e, soprattutto, un ambito in cui l’Europa gode di un vantaggio competitivo decisivo. Per plasmare quel futuro dobbiamo costruire oggi le competenze necessarie, attraverso la ricerca di frontiera e gli investimenti nelle tecnologie già disponibili. Rinunciare oggi alla ricerca di frontiera significa rinunciare alla leadership nell’AI di domani.

La nostra visione va però oltre la semplice potenza di calcolo. Costruendo un’infrastruttura di AI decentralizzata, rendiamo la sovranità accessibile a tutti, facendo sì che i costi e gli straordinari benefici dell’AI siano distribuiti equamente in tutto il continente, anziché concentrarsi nelle mani di pochi soggetti in posizione di monopolio. Significa dare a un numero sempre maggiore di imprese, università e istituzioni pubbliche la capacità di sviluppare e governare la propria AI. Una vera sovranità mette il controllo nelle mani di chi quella tecnologia la usa e ne dipende.

Infine, dobbiamo riconoscere che il contesto normativo europeo, con le sue specificità, non è un ostacolo, ma la nostra risorsa più preziosa. Il nostro impegno per la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani costituisce il fondamento di una tecnologia affidabile. L’AI Act viene spesso descritto come un peso; in realtà, rappresenta un vantaggio competitivo formidabile. Impone apertura, sicurezza, trasparenza e tutele: esattamente ciò che imprese e cittadini chiedono con sempre maggiore forza. Ma le regole, da sole, non basteranno a garantire all’Europa la posizione che le spetta. Devono essere chiare, applicabili e sostenute da investimenti che rafforzino la nostra capacità di innovare.

L’Europa deve difendere con determinazione i principi che la rendono unica. Il nostro quadro normativo e la nostra nascente infrastruttura sovrana ci offrono un potente vantaggio da “terzo arrivato”. Non dobbiamo sacrificare questi principi per compiacere concorrenti che traggono beneficio dalla nostra dipendenza. Al contrario, dobbiamo tradurli in azioni concrete: ampliare l’accesso alla capacità di calcolo, garantire investimenti continui nella ricerca di frontiera e offrire alle aziende europee di AI una via d’accesso al mercato attraverso gli appalti pubblici e l’adozione da parte del settore privato. Questa deve essere la nostra stella polare, il fondamento su cui costruire un mondo digitale più giusto, prospero ed equo, non solo per l’Europa, ma anche per gli altri Paesi, che potranno guardare a noi come a un esempio. Il lavoro più difficile è già iniziato. Ora dobbiamo portarlo a termine.

Domande frequenti

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L’Europa non può permettersi di rinunciare all’AI di frontiera

iGenius
October 30, 2026
·
5 min

In un’intervista al Financial Times, Uljan Sharka, fondatore e CEO di Domyn, è stato chiaro: l’Europa ha i mezzi per competere nell’AI di frontiera e non può rassegnarsi a un ruolo di dipendenza.

L’Europa è a un bivio. L’intelligenza artificiale rappresenta il salto tecnologico più profondo dai tempi dell’elettricità: è destinata a riscrivere le nostre economie, ridefinire le nostre capacità di difesa e trasformare il tessuto stesso della società. Eppure, proprio di fronte a questa svolta epocale, si sta facendo strada una narrazione pericolosa: l’idea che l’Europa debba rassegnarsi a un ruolo di secondo piano, dipendendo dagli hyperscaler americani o asiatici per la propria infrastruttura cognitiva, perché è “più semplice”, “più economico” o perché “non possiamo competere con le loro capacità”. Sono tutte premesse sbagliate.

Questa non è una strategia: è una resa. La partita si gioca sul lungo periodo, ed essere all’avanguardia nell’AI richiede il lavoro duro, e poco appariscente, di costruire modelli di frontiera, perché la vera comprensione nasce solo dal fare e dal mettersi alla prova. In questo campo il progresso è rigorosamente sequenziale: non possiamo pensare che, abbandonando oggi la ricerca di frontiera, domani saremo in grado di riprenderla. Sviluppare questi modelli ci dà le competenze per capirne i limiti, metterne in discussione l’architettura e decidere come debbano evolvere. Senza questo sapere, anche le nostre scelte finiscono per essere determinate dall’esterno. Affidare ad altri il motore del nostro futuro significa consegnare loro il nostro destino. O ne siamo padroni, o saremo noi a esserne dominati.

L’Europa ha un dovere profondo verso i propri cittadini e verso le generazioni future. Dobbiamo farci avanti, unire i 27 Stati membri e costruire l’infrastruttura sovrana di cui le nostre imprese e la nostra economia hanno bisogno. Sovranità non significa isolamento: significa essere liberi di scegliere i propri partner, di mettere in discussione le condizioni che ci vengono proposte e di costruire alternative quando i nostri interessi divergono. Se falliamo, rischiamo di scivolare in una nuova forma di feudalesimo digitale, in cui le regole della nostra società vengono dettate da modelli di AI addestrati nella Silicon Valley o a Shenzhen, espressione di valori che non sono i nostri. Quando è in gioco la nostra autonomia, non possiamo scegliere la strada più comoda.

Il paradosso è che disponiamo già delle risorse per riuscirci. La diversità linguistica dell’Europa e la sua profonda cultura industriale offrono basi preziose per l’addestramento dei modelli. Chi critica sostiene spesso che l’infrastruttura di calcolo europea sia inadeguata, ma la nostra esperienza dice il contrario: i supercomputer europei offrono già la capacità necessaria per addestrare modelli di frontiera. In Domyn stiamo sfruttando queste risorse, tra cui JUPITER, per sviluppare Europa, un modello completamente aperto. Domyn Edge, addestrato da zero sul supercomputer italiano Leonardo, è il modello completamente aperto più performante della sua categoria. Rilasciandone progressivamente pesi, dati di addestramento, checkpoint e codice, permettiamo ad altri di partire da questi progressi per andare oltre. Risultati come questi confermano che vale la pena investire nell’AI europea e che è necessario sfruttare appieno l’infrastruttura e le competenze di cui disponiamo già.

Non c’è dubbio che serva più potenza di calcolo, e questa sta arrivando rapidamente con l’avvio delle AI factory e delle gigafactory europee. Nel frattempo, dobbiamo attingere all’infrastruttura distribuita in tutta Europa per addestrare modelli, sperimentare nuovi approcci e far crescere le nostre capacità. E se già oggi possiamo fare tanto, immaginiamo che cosa potremmo ottenere con sistemi progettati e ottimizzati ad hoc. È esattamente per questo che stiamo accelerando la nostra crescita e investendo in modo significativo per costruire il supercomputer per l’AI più potente d’Europa. I modelli specializzati e verticali rispondono alle esigenze immediate delle imprese, mentre la ricerca di frontiera spinge sempre più in là i limiti di ciò che questi modelli potranno fare domani. All’Europa servono entrambi. Sviluppare applicazioni lasciando ad altri l’intelligenza su cui si basano significa rendere la nostra economia dipendente da tecnologie che non controlliamo. Il progresso della ricerca deve tradursi in software migliore, capace di correggere le fragilità degli attuali sistemi e di accelerare l’innovazione in ogni settore.

Costruire la tecnologia, però, è solo una parte della sfida: le imprese europee devono anche essere disposte ad acquistarla. Troppo spesso affidarsi a un fornitore affermato della Silicon Valley viene considerato la scelta più sicura. Per permettere alle aziende europee di AI di crescere servono clienti, non solo finanziamenti pubblici.

Investire nella ricerca di frontiera è ancora più cruciale oggi, mentre l’attuale paradigma del calcolo digitale basato sul silicio si avvicina ai propri limiti fisici. Il prossimo salto di qualità nelle capacità dell’AI potrebbe non arrivare soltanto da GPU sempre un po’ più potenti, ma anche dal passaggio ad approcci di calcolo analogico come la fotonica, che utilizza la luce per elaborare i dati. Una transizione che promette guadagni significativi in termini di velocità ed efficienza energetica e, soprattutto, un ambito in cui l’Europa gode di un vantaggio competitivo decisivo. Per plasmare quel futuro dobbiamo costruire oggi le competenze necessarie, attraverso la ricerca di frontiera e gli investimenti nelle tecnologie già disponibili. Rinunciare oggi alla ricerca di frontiera significa rinunciare alla leadership nell’AI di domani.

La nostra visione va però oltre la semplice potenza di calcolo. Costruendo un’infrastruttura di AI decentralizzata, rendiamo la sovranità accessibile a tutti, facendo sì che i costi e gli straordinari benefici dell’AI siano distribuiti equamente in tutto il continente, anziché concentrarsi nelle mani di pochi soggetti in posizione di monopolio. Significa dare a un numero sempre maggiore di imprese, università e istituzioni pubbliche la capacità di sviluppare e governare la propria AI. Una vera sovranità mette il controllo nelle mani di chi quella tecnologia la usa e ne dipende.

Infine, dobbiamo riconoscere che il contesto normativo europeo, con le sue specificità, non è un ostacolo, ma la nostra risorsa più preziosa. Il nostro impegno per la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani costituisce il fondamento di una tecnologia affidabile. L’AI Act viene spesso descritto come un peso; in realtà, rappresenta un vantaggio competitivo formidabile. Impone apertura, sicurezza, trasparenza e tutele: esattamente ciò che imprese e cittadini chiedono con sempre maggiore forza. Ma le regole, da sole, non basteranno a garantire all’Europa la posizione che le spetta. Devono essere chiare, applicabili e sostenute da investimenti che rafforzino la nostra capacità di innovare.

L’Europa deve difendere con determinazione i principi che la rendono unica. Il nostro quadro normativo e la nostra nascente infrastruttura sovrana ci offrono un potente vantaggio da “terzo arrivato”. Non dobbiamo sacrificare questi principi per compiacere concorrenti che traggono beneficio dalla nostra dipendenza. Al contrario, dobbiamo tradurli in azioni concrete: ampliare l’accesso alla capacità di calcolo, garantire investimenti continui nella ricerca di frontiera e offrire alle aziende europee di AI una via d’accesso al mercato attraverso gli appalti pubblici e l’adozione da parte del settore privato. Questa deve essere la nostra stella polare, il fondamento su cui costruire un mondo digitale più giusto, prospero ed equo, non solo per l’Europa, ma anche per gli altri Paesi, che potranno guardare a noi come a un esempio. Il lavoro più difficile è già iniziato. Ora dobbiamo portarlo a termine.

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