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Uljan Sharka
CEO & Founder
Pubblicato il
02
July
2026
|
4 min
|

Perché sarà la fiducia a decidere la prossima corsa all’AI

In questo articolo
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Riflessioni a margine del G7 sulla prossima fase dell’intelligenza artificiale.

Nelle ultime settimane ho avuto l’opportunità di confrontarmi con leader politici, decisori pubblici e protagonisti del settore dell’AI su una delle questioni più rilevanti del nostro tempo: come guidare la prossima fase di sviluppo dell’intelligenza artificiale?

I confronti avuti in occasione del G7 sono stati particolarmente significativi. Pur nel rispetto della Chatham House Rule, un elemento è emerso con chiarezza: il dibattito sull’intelligenza artificiale è entrato in una nuova fase.

Negli ultimi tre anni, il progresso dell’AI è stato misurato soprattutto in termini di capacità tecnologica. Modelli sempre più grandi, maggiore potenza di calcolo, investimenti crescenti e livelli di performance in costante aumento, hanno alimentato un’accelerazione straordinaria dell’innovazione. E continueranno a farlo.

Ma la sola capacità tecnologica non determinerà chi guiderà la prossima fase dell’intelligenza artificiale.

Il cambio di prospettiva più rilevante che ho osservato al G7 non è stato di natura tecnologica, bensì economica e geopolitica. L’intelligenza artificiale non viene più considerata una questione puramente tecnica, ma sempre più un fattore di competitività industriale, tenuta democratica e strategia nazionale. Un altro tema emerso con chiarezza è la crescente responsabilità del settore privato. Stiamo assistendo a un’integrazione sempre più profonda dell’intelligenza artificiale nei sistemi economici, che rende imprescindibili maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle aziende che la sviluppano. Si tratta di una delle sfide che definiranno l’era dell’AI.

Questo cambia profondamente le domande a cui siamo chiamati a rispondere. La sfida non consiste più soltanto nello sviluppare modelli sempre più performanti, ma nel garantire che le democrazie possano adottare l’AI con fiducia, che governi e imprese possano coglierne i benefici senza creare nuove dipendenze strategiche e che il valore generato rafforzi economie e istituzioni, anziché indebolirle.

In altre parole, il dibattito ha superato la dimensione puramente tecnologica e si concentra oggi su come costruire economie e società capaci di prosperare nell’era dell’intelligenza artificiale.

La capacità tecnologica resta il requisito di accesso. Tuttavia, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare parte integrante delle infrastrutture critiche delle nostre economie: per questo, sarà la fiducia a rappresentare il vero vantaggio competitivo.

Man mano che l’intelligenza artificiale passa dalla sperimentazione ai processi aziendali critici e alle infrastrutture pubbliche, organizzazioni e istituzioni hanno bisogno di sapere come funzionano i sistemi da cui dipendono, di poterli governare in modo efficace e di mantenere un controllo reale sul loro utilizzo. Senza questa fiducia, l’adozione rallenta, indipendentemente dal livello di sofisticazione tecnologica raggiunto.

È per questo che la fiducia sta diventando un vantaggio economico, e non più soltanto un obiettivo regolatorio.

Lo si vede già in settori come i servizi finanziari, la sanità e la pubblica amministrazione, dove la questione non è più se l’AI sia in grado di funzionare, ma se le organizzazioni possano fidarsi abbastanza da impiegarla nelle attività più critiche.

Questo passaggio cambia anche il modo in cui dovremmo interpretare il concetto di sovranità. Troppo spesso viene ridotto al luogo in cui sono conservati i dati o localizzate le infrastrutture. Oggi questa definizione non è più sufficiente.

Quando l’intelligenza artificiale diventa un’infrastruttura strategica, la sovranità coincide con la capacità di mantenere un controllo effettivo sull’intelligenza da cui organizzazioni ed economie dipendono sempre di più. Significa garantire resilienza, governance e continuità di accesso a capacità critiche, senza che queste siano determinate esclusivamente da decisioni prese al di fuori della propria sfera di controllo.

Non è un invito all’isolamento. L’intelligenza artificiale continuerà a evolversi grazie alla collaborazione internazionale, alla ricerca condivisa e al progresso scientifico aperto. Ma la collaborazione è più solida quando avviene tra partner forti, ciascuno in grado di offrire un contributo distintivo.

L’Europa dovrebbe smettere di chiedersi se sia arrivata in ritardo nella corsa all’AI e iniziare a domandarsi quale ruolo intenda ricoprire nella fase successiva. La storia dimostra che chi arriva per primo crea nuovi mercati. Chi arriva dopo li ridefinisce, trasformando una tecnologia in uno standard indispensabile perché capace di conquistare la fiducia delle persone.

Photo credit: Ludovic Marin/AFP via Getty Images

Apple non ha inventato né il personal computer né lo smartphone, ma ha contribuito a ridefinire entrambi rendendoli accessibili, intuitivi e affidabili agli occhi di milioni di persone. Lo stesso principio vale oggi per l’intelligenza artificiale.

Gli Stati Uniti mantengono la leadership nella ricerca di frontiera e nella capacità di diffondere le innovazioni su scala commerciale. L’Asia sta definendo nuovi standard di efficienza ingegneristica. L’Europa non dovrebbe cercare di replicare nessuno dei due modelli: la sua occasione è altrove. L’Europa può diventare il "terzo attore" dell’AI, non vincendo la prima fase della corsa, ma definendo le condizioni che renderanno l’intelligenza artificiale affidabile, utilizzabile anche nei contesti critici e scalabile.

Per decenni l’Europa ha costruito prodotti di cui il mondo si fida. Si scelgono le automobili europee per la qualità della loro ingegneria. Si acquistano prodotti alimentari europei per gli standard che garantiscono. Ci si affida ai farmaci europei per il rigore della ricerca scientifica che li sostiene. Oggi l’Europa ha l’opportunità di costruirsi la stessa reputazione anche nel campo dell’intelligenza artificiale.

Progetti come Europa indicano che il vecchio continente sta iniziando a riconoscere una verità fondamentale: la regolamentazione, da sola, non è sufficiente a creare leadership. Senza capacità tecnologica e industriale, la leadership non può esistere. Ed è proprio questa capacità, non la sola regolamentazione, a generare fiducia.

La fiducia non è un valore esclusivamente europeo. Sta diventando un requisito economico globale. Quando si traduce in sistemi trasparenti e governabili, genera benefici per ogni Paese, impresa e cittadino, e sostiene la crescita economica futura.

Ho spesso sostenuto che l’intelligenza artificiale rappresenti tanto una rivoluzione sociale quanto una rivoluzione tecnologica. I confronti delle ultime settimane non hanno fatto altro che rafforzare questa convinzione.

Ogni grande innovazione tecnologica ha avuto successo perché la società ha scelto di farvi affidamento. L’elettricità ha trasformato l’industria quando è diventata affidabile. Internet ha cambiato l’economia quando persone e imprese hanno iniziato a utilizzarlo per gestire denaro, comunicare e fare impresa online.

L’intelligenza artificiale sta diventando uno dei pilastri dell’infrastruttura economica del futuro. E, quando questo processo sarà compiuto, la fiducia non sarà più solo una caratteristica desiderabile: diventerà la condizione indispensabile per un’adozione su larga scala.

Ripensando ai confronti del G7, ciò che mi rende ottimista non è l’idea di avere già tutte le risposte. È la consapevolezza che, finalmente, stiamo iniziando a porci le domande giuste. Per i responsabili politici, l'invito è a valorizzare alcune evidenze che stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza. Le ipotesi che hanno a lungo guidato il dibattito sull’intelligenza artificiale stanno lasciando spazio a una nuova realtà, in cui fiducia, resilienza e autonomia strategica determineranno sempre più le modalità di adozione dell’AI su larga scala.

La capacità tecnologica continuerà a essere determinante. Ma non sarà sufficiente, da sola, a stabilire chi guiderà la prossima fase dell’intelligenza artificiale. I vincitori della prima corsa all’AI sono stati coloro che hanno costruito i sistemi più potenti. I vincitori della prossima saranno coloro che sapranno costruire i sistemi su cui il mondo sceglierà di fare affidamento.

E potrebbero non essere gli stessi.

Uljan Sharka

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Perché sarà la fiducia a decidere la prossima corsa all’AI

Domyn and G7 logos with abstract purple shapes in the background
iGenius
July 2, 2026
·
4 min

Nelle ultime settimane ho avuto l’opportunità di confrontarmi con leader politici, decisori pubblici e protagonisti del settore dell’AI su una delle questioni più rilevanti del nostro tempo: come guidare la prossima fase di sviluppo dell’intelligenza artificiale?

I confronti avuti in occasione del G7 sono stati particolarmente significativi. Pur nel rispetto della Chatham House Rule, un elemento è emerso con chiarezza: il dibattito sull’intelligenza artificiale è entrato in una nuova fase.

Negli ultimi tre anni, il progresso dell’AI è stato misurato soprattutto in termini di capacità tecnologica. Modelli sempre più grandi, maggiore potenza di calcolo, investimenti crescenti e livelli di performance in costante aumento, hanno alimentato un’accelerazione straordinaria dell’innovazione. E continueranno a farlo.

Ma la sola capacità tecnologica non determinerà chi guiderà la prossima fase dell’intelligenza artificiale.

Il cambio di prospettiva più rilevante che ho osservato al G7 non è stato di natura tecnologica, bensì economica e geopolitica. L’intelligenza artificiale non viene più considerata una questione puramente tecnica, ma sempre più un fattore di competitività industriale, tenuta democratica e strategia nazionale. Un altro tema emerso con chiarezza è la crescente responsabilità del settore privato. Stiamo assistendo a un’integrazione sempre più profonda dell’intelligenza artificiale nei sistemi economici, che rende imprescindibili maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle aziende che la sviluppano. Si tratta di una delle sfide che definiranno l’era dell’AI.

Questo cambia profondamente le domande a cui siamo chiamati a rispondere. La sfida non consiste più soltanto nello sviluppare modelli sempre più performanti, ma nel garantire che le democrazie possano adottare l’AI con fiducia, che governi e imprese possano coglierne i benefici senza creare nuove dipendenze strategiche e che il valore generato rafforzi economie e istituzioni, anziché indebolirle.

In altre parole, il dibattito ha superato la dimensione puramente tecnologica e si concentra oggi su come costruire economie e società capaci di prosperare nell’era dell’intelligenza artificiale.

La capacità tecnologica resta il requisito di accesso. Tuttavia, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare parte integrante delle infrastrutture critiche delle nostre economie: per questo, sarà la fiducia a rappresentare il vero vantaggio competitivo.

Man mano che l’intelligenza artificiale passa dalla sperimentazione ai processi aziendali critici e alle infrastrutture pubbliche, organizzazioni e istituzioni hanno bisogno di sapere come funzionano i sistemi da cui dipendono, di poterli governare in modo efficace e di mantenere un controllo reale sul loro utilizzo. Senza questa fiducia, l’adozione rallenta, indipendentemente dal livello di sofisticazione tecnologica raggiunto.

È per questo che la fiducia sta diventando un vantaggio economico, e non più soltanto un obiettivo regolatorio.

Lo si vede già in settori come i servizi finanziari, la sanità e la pubblica amministrazione, dove la questione non è più se l’AI sia in grado di funzionare, ma se le organizzazioni possano fidarsi abbastanza da impiegarla nelle attività più critiche.

Questo passaggio cambia anche il modo in cui dovremmo interpretare il concetto di sovranità. Troppo spesso viene ridotto al luogo in cui sono conservati i dati o localizzate le infrastrutture. Oggi questa definizione non è più sufficiente.

Quando l’intelligenza artificiale diventa un’infrastruttura strategica, la sovranità coincide con la capacità di mantenere un controllo effettivo sull’intelligenza da cui organizzazioni ed economie dipendono sempre di più. Significa garantire resilienza, governance e continuità di accesso a capacità critiche, senza che queste siano determinate esclusivamente da decisioni prese al di fuori della propria sfera di controllo.

Non è un invito all’isolamento. L’intelligenza artificiale continuerà a evolversi grazie alla collaborazione internazionale, alla ricerca condivisa e al progresso scientifico aperto. Ma la collaborazione è più solida quando avviene tra partner forti, ciascuno in grado di offrire un contributo distintivo.

L’Europa dovrebbe smettere di chiedersi se sia arrivata in ritardo nella corsa all’AI e iniziare a domandarsi quale ruolo intenda ricoprire nella fase successiva. La storia dimostra che chi arriva per primo crea nuovi mercati. Chi arriva dopo li ridefinisce, trasformando una tecnologia in uno standard indispensabile perché capace di conquistare la fiducia delle persone.

Photo credit: Ludovic Marin/AFP via Getty Images

Apple non ha inventato né il personal computer né lo smartphone, ma ha contribuito a ridefinire entrambi rendendoli accessibili, intuitivi e affidabili agli occhi di milioni di persone. Lo stesso principio vale oggi per l’intelligenza artificiale.

Gli Stati Uniti mantengono la leadership nella ricerca di frontiera e nella capacità di diffondere le innovazioni su scala commerciale. L’Asia sta definendo nuovi standard di efficienza ingegneristica. L’Europa non dovrebbe cercare di replicare nessuno dei due modelli: la sua occasione è altrove. L’Europa può diventare il "terzo attore" dell’AI, non vincendo la prima fase della corsa, ma definendo le condizioni che renderanno l’intelligenza artificiale affidabile, utilizzabile anche nei contesti critici e scalabile.

Per decenni l’Europa ha costruito prodotti di cui il mondo si fida. Si scelgono le automobili europee per la qualità della loro ingegneria. Si acquistano prodotti alimentari europei per gli standard che garantiscono. Ci si affida ai farmaci europei per il rigore della ricerca scientifica che li sostiene. Oggi l’Europa ha l’opportunità di costruirsi la stessa reputazione anche nel campo dell’intelligenza artificiale.

Progetti come Europa indicano che il vecchio continente sta iniziando a riconoscere una verità fondamentale: la regolamentazione, da sola, non è sufficiente a creare leadership. Senza capacità tecnologica e industriale, la leadership non può esistere. Ed è proprio questa capacità, non la sola regolamentazione, a generare fiducia.

La fiducia non è un valore esclusivamente europeo. Sta diventando un requisito economico globale. Quando si traduce in sistemi trasparenti e governabili, genera benefici per ogni Paese, impresa e cittadino, e sostiene la crescita economica futura.

Ho spesso sostenuto che l’intelligenza artificiale rappresenti tanto una rivoluzione sociale quanto una rivoluzione tecnologica. I confronti delle ultime settimane non hanno fatto altro che rafforzare questa convinzione.

Ogni grande innovazione tecnologica ha avuto successo perché la società ha scelto di farvi affidamento. L’elettricità ha trasformato l’industria quando è diventata affidabile. Internet ha cambiato l’economia quando persone e imprese hanno iniziato a utilizzarlo per gestire denaro, comunicare e fare impresa online.

L’intelligenza artificiale sta diventando uno dei pilastri dell’infrastruttura economica del futuro. E, quando questo processo sarà compiuto, la fiducia non sarà più solo una caratteristica desiderabile: diventerà la condizione indispensabile per un’adozione su larga scala.

Ripensando ai confronti del G7, ciò che mi rende ottimista non è l’idea di avere già tutte le risposte. È la consapevolezza che, finalmente, stiamo iniziando a porci le domande giuste. Per i responsabili politici, l'invito è a valorizzare alcune evidenze che stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza. Le ipotesi che hanno a lungo guidato il dibattito sull’intelligenza artificiale stanno lasciando spazio a una nuova realtà, in cui fiducia, resilienza e autonomia strategica determineranno sempre più le modalità di adozione dell’AI su larga scala.

La capacità tecnologica continuerà a essere determinante. Ma non sarà sufficiente, da sola, a stabilire chi guiderà la prossima fase dell’intelligenza artificiale. I vincitori della prima corsa all’AI sono stati coloro che hanno costruito i sistemi più potenti. I vincitori della prossima saranno coloro che sapranno costruire i sistemi su cui il mondo sceglierà di fare affidamento.

E potrebbero non essere gli stessi.

Uljan Sharka

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